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La coltura della settimana: la vite | Pt. 2

[…continua da Parte 1]

HABITAT E POSIZIONAMENTO

La vite necessita di un clima caldo durante il periodo vegetativo e di un adeguato periodo di freddo invernale per poter compiere in maniera adeguata il proprio ciclo annuale, ragion per cui la viticoltura si è diffusa nelle zone con temperature medie annue comprese tra 10 e 20°C.  Questo succede perché la resistenza ai freddi invernali è relativamente limitata rispetto ad altre piante dei climi temperati e sotto i -15°C si producono danni irreparabili alla pianta.  D’altra parte il freddo invernale è necessario alla vite per il suo ciclo, quindi l’areale di coltivazione si limita ulteriormente alle regioni con una temperatura media annua superiore ai 20°C.  La vite viene coltivata anche in regioni tropicali ed equatoriali dove è necessario però ricorrere a tecniche di potatura e trattamenti chimici capaci di simulare la stasi invernale e rimuovere lo stato di dormienza dalle gemme.

La vite preferisce terreni sciolti, ben drenati (in quanto la pianta soffre molto il ristagno idrico) e tendenzialmente caldi.

L’accumulo di calore durante l’intero ciclo produttivo di una varietà viene impiegato per definire le sue esigenze termiche, confrontate con le disponibilità dell’ambiente. Le esigenze termiche delle varie cultivar di vite sono fortemente differenziate e variano da 1200 GG (accumulo di gradi giorno) per i vitigni a maturazione precoce come Chardonnay e Pinot ad oltre 1800 GG per le varietà a maturazione tardiva come Montepulciano. Il GG è un metodo utilizzato per definire le esigenze termiche delle cultivar, calcolato su base giornaliera come differenza della temperatura media dell’aria e un valore soglia (10°C), al di sotto del quale i fenomeni di crescita dei frutti sono di scarso rilievo.

La vite necessita per un buono sviluppo di un ambiente ideale e la preparazione del terreno è fondamentale per la buona riuscita dell’impianto. In generale, la vite preferisce terreni sciolti, ben drenati (in quanto la pianta soffre molto il ristagno idrico) e tendenzialmente caldi. La vite è una specie agraria che si è adattata egregiamente agli ambienti relativamente aridi, dove spesso esprime il migliore potenziale qualitativo. Gli impianti in pianura hanno un’escursione termica non troppo elevata e c’è la possibilità di meccanizzare la gran parte delle operazioni, ma il rischio di ristagno idrico è elevato se il terreno non è opportunamente sistemato. In collina, invece, l’escursione termica è maggiore ma senza rischio di ristagno idrico, inoltre sono necessarie opportune sistemazioni del terreno per rendere meccanizzabili alcune operazioni.

In collina si deve valutare il versante di impianto: a sud si trova il versante migliore in quanto la luce è presente dall’alba al tramonto, a est vi è luce intensa durante la mattina, con temperature più basse, adatto per la produzione di vini bianchi profumati, a ovest vi è luce durante le ore più calde del giorno, adatto alla produzione di vini rossi, il versante a nord non è da considerare se non al Meridione.

vineyard

© Sven Wilhelm – Jugenheim in Rheinhessen, Germany

 

La potatura è la tecnica più efficace per disciplinare e guidare la produzione sia in senso produttivo che qualitativo. Per una buona potatura bisogna tener conto della fase del ciclo vitale della pianta e adattarsi alle condizioni fenologiche che si ripetono ogni anno (potature classiche sono effettuate durante il riposo invernale ed estivo). Gli obbiettivi della potatura sono tre:

–  dare una forma alla pianta e mantenerla nel tempo;

– rendere costante nel tempo la produzione, conservando il potenziale produttivo;

– ottenere una produzione di qualità.

 

DIFFUSIONE

In Italia tra il 1970 e il 1980 la superficie in coltura per uve da vino aveva raggiunto il suo livello più alto, superando un milione di ettari. Da quel momento vi fu una progressiva contrazione nella coltivazione della vite, che toccò il minimo nel 2001 con 675.000 ettari. Successivamente le superfici in coltura si sono mantenute costanti; il motivo di questo forte ridimensionamento della viticoltura è stato interpretato da molti come conseguenza delle regole comunitarie e in particolare delle norme relative al divieto di nuovi impianti.  Ma in questo panorama generale vi è una situazione differenziata tra le diverse regioni, alcune delle quali hanno ridotto le superfici a vigneto in modo contenuto – come Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Emilia Romagna, Puglia e Sicilia – mentre in altre il fenomeno è risultato molto più drastico, come in Liguria, Lazio e Calabria.

La produzione italiana che negli anni 70’-80’ aveva raggiunto i 75 milioni di ettolitri si è progressivamente ridotta fino ai giorni nostri a circa 50-55 milioni di ettolitri. Se consideriamo che le attuali esportazioni di vino ammontano a circa 14 milioni di ettolitri anno, i restanti 35 milioni di ettolitri dovrebbero essere assorbiti dal mercato interno. Oggi le regioni più produttive sono il Veneto, seguito da Toscana, Puglia e Sicilia.

In Italia i vitigni maggiormente impiantati sono il Sangiovese (12% del totale), il Merlot (9%), Cabernet Sauvignon (7%), Montepulciano (6%) e Barbera (5%). I vitigni rossi quindi rappresentano la maggioranza, mentre i vitigni bianchi sono utilizzati in proporzioni molto inferiori, tra questi i principali sono: Moscato bianco, Pinot grigio, Trebbiano toscano, Chardonnay e Prosecco. Si può notare una propensione nelle scelte dei viticoltori a produrre uve nere e quindi vini rossi.

 

 

La viticoltura italiana si presenta ancora molto frazionata (l’85% dei produttori coltivano superfici inferiori a 5 ettari), in parte dislocata in aree collinari (40%) e in parte in pianura (60%). Tuttora è presente un numero eccessivo di sistemi di allevamento, molti dei quali di tipo tradizionale.

I sistemi d’allevamento maggiormente adottati nelle aree meno fertili del Nord e Sud Italia sono le forme in volume come l’alberello e i sistemi a controspalliera bassa, con densità di impianto attorno alle 3.000-3.500 viti ad ettaro. Mentre nei terreni più fertili delle aree centro settentrionali si trovano molti sistemi alti ed espansi, quali le forme in parete verticale o a tetto orizzontale, con densità di impianto intorno alle 2.000 viti per ettaro.

In contrapposizione ai vecchi e tradizionali sistemi si è ricercato un sistema di allevamento moderno, equilibrato ed interamente meccanizzabile, rappresentato dall’allevamento a cordone permanente con potatura corta. Questa forma più contenuta produce una quantità di uva generalmente inferiore alle forme tradizionali, ma quasi sempre di qualità migliore.

La viticoltura si sta evolvendo per ottenere quattro risultati fondamentali: migliorare la qualità delle uve, la produttività dell’impianto, il rispetto dell’ambiente e l’abbassamento dei costi di gestione. In quest’ottica, si deve tener presente che i sistemi a cordone sono meccanizzabili sia per la vendemmia che per la potatura, utilizzando macchine a scuotimento verticale o orizzontale e potatrici.

Una buona produzione per un vigneto si aggira tra le 12 e 18 tonnellate per ettaro, mentre una bassa produzione dai 6-12 t/ha.

Infine uno stress idrico nella fase finale della maturazione può migliorare la qualità del vino, per riduzione della concentrazione dell’acqua e aumento di quella degli zuccheri.

vineyard

© Bodegas Luis Pérez, Jerez de la Frontera, Spain

ESIGENZE IDRICHE

La vite è una pianta con limitate esigenze idriche, ma è necessario provvedere a soddisfarne i fabbisogni irrigui dove possibile, per ottenere un buon prodotto. Laddove la piovosità e il terreno non garantiscono una sufficiente presenza di acqua è necessario ricorrere all’irrigazione per evitare lo stress idrico, che può avere effetti più o meno gravi a seconda del periodo.

Uno stress idrico in fioritura può causare la cascola dei frutticini e compromettere la produzione, uno stress idrico all’invaiatura comporta un peggioramento delle caratteristiche organolettiche del prodotto e un’interruzione dei processi di maturazione degli acini. Infine uno stress idrico nella fase finale della maturazione può migliorare la qualità del vino, per riduzione della concentrazione dell’acqua e aumento di quella degli zuccheri.

Eccetto le zone viticole dove è necessaria per poter permettere alla pianta di completare il proprio ciclo vitale e dove influisce positivamente sulle caratteristiche qualitative dell’uva, l’irrigazione induce un generale aumento dell’attività vegetativa, a scapito della maturazione degli acini: abusandone si può causare un ritardo nella maturazione e ottenere un prodotto di qualità inferiore.

I metodi di irrigazione utilizzati per la vite sono principalmente l’irrigazione a pioggia, che non necessita di elevati costi d’impianto, e la microirrigazione. In particolare, quest’ultima presenta diversi vantaggi:

– riduzione dei volumi d’acqua utilizzati (minori perdite);

– contenimento infestanti;

– possibilità di associare irrigazione e fertirrigazione;

– mantenimento di un costante il livello di umidità del terreno vicino alle radici della pianta;

– assenza di fenomeni di costipazione del terreno.

Le precipitazioni in un ambiente vocato dovrebbero soddisfare le necessità idriche della coltura non solo in termini di apporti complessivi, ma anche per quel che riguarda la loro distribuzione stagionale che dovrebbe permettere al suolo di presentare adeguate dotazioni idriche durante l’intero ciclo colturale. Su questo approccio di vocazionalità naturale si basano i disciplinari di produzione di molti vini a denominazione di origine, che vietano il ricorso alle pratiche irrigue, considerate tecniche di forzatura e non valido supporto delle potenzialità produttive e qualitative dei vigneti.

LA TECNOLOGIA
DELL'AGRICOLTORE DEL FUTURO

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Vittorio Boneschi

Vittorio Boneschi

Sono Vittorio, studio Agrotecnologie perché credo in un futuro sostenibile.

La coltura della settimana: la vite | Pt. 2

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La coltura della settimana: la vite

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